“John Belushi – Chi tocca muore” di Bob Woodward

johnbelushi-1-568x730La biografia dell’attore comico John Belushi si piazza in ottima posizione nella classifica dei libri più tristi e allo stesso tempo più istruttivi che abbia mai letto.

Scritto da uno dei due giornalisti del Watergate, Bob Woodward, l’opera ripercorre con dovizia di particolari la breve parabola di un uomo capace di diventare a poco più di trent’anni uno dei comici più seguiti d’America. E uno degli attori più pagati dello show businness.

Per ricostruire la breve esistenza di Belushi, Bob Woodward riferisce di aver intervistato circa trecento persone.

E se i primi anni di vita e di carriera scorrono piuttosto veloci, con l’avanzare della lettura il tempo del racconto rallenta, fino a diventare una ricostruzione dettagliata, dapprima degli ultimi mesi e poi degli ultimi giorni di Belushi.

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Slow West

Fino a qualche giorno fa, per convincere qualcuno che il genere western ha ancora qualcosa da dire, lo avrei indirizzato verso l’edicola più vicina e gli avrei consigliato di mettere le mani sul primo numero di Tex che gli fosse capitato a tiro.

Perché si tratterà pure della più vetusta serie bonelliana, ma le storie di Mauro Boselli, e del gruppo di sceneggiatori all’opera su questa autentica icona del fumetto italiano, ogni mese smentiscono l’assunto che il genere abbia detto tutto quello che poteva dire.tex01

Allo stesso modo, anche gli autori di Slow West, che ho visto l’altra sera grazie a Netflix, si cimentano e riescono nella medesima ardua impresa. Continua a leggere

Un commento alla foto “Strada”

E’ strano, ma l’articolo che ha riscosso maggior successo finora qui su “solo qualche parola”…non è un articolo.
E’ la foto postata col titolo “Strada”.
Si tratta di uno scatto effettuato senza preparazione – seguendo l’istinto del momento – questa estate, dopo l’iscrizione al corso di fotografia promosso da WordPress.
In pratica, una mail al giorno per una settimana assegnava un tema per altrettante foto, da pubblicare con il tag #developingyoureye.
E io, come svolgimento del primo compito a casa, ho scattato quella foto col mio cellulare, in una notte di agosto. Mi ero iscritto al corso e non volevo lasciar passare il primo giorno senza il post. Si è trattato, quindi, più che altro di un esperimento.
E in effetti la foto non mi pare nemmeno molto riuscita.
Però mi è venuta voglia di parlare di quella strada.
Si tratta della via principale del paese natale di mia moglie, in Molise. Circa 800 abitanti, in rapida diminuzione. Un paese come tanti della zona, come tanti del Sud Italia.
Il nome di quella strada è piuttosto eloquente: si chiama “via dell’Emigrazione”.
Un nome del genere, per una via, si può trovare solo lì. Almeno per ora, a quanto so. E’ una strada che taglia tutto il paese, passa davanti al municipio, si spinge fino alla piazza dove si trova la chiesa principale e poi lì ripiega su se stessa, anche se ancora si diparte in qualche viuzza secondaria.
La vita del paese si raccoglie tutta lì, dove una volta alla settimana arriva il mercato, e dove si concentra la presenza dei pochi negozi. Alla sera, un buon tratto della via, che include gli unici due bar, una pizzeria da asporto e il circolino locale, è chiuso con transenne, così che bambini, ragazzi, uomini e donne di ogni età, lo possano percorrere avanti e indietro infinite volte, intenti a chiacchierare gli uni con gli altri. Uno strano fenomeno, al quale non ero abituato. Lì non è così raro vedere un anziano signore camminare insieme a ragazzi di qualche decina d’anni più giovani, scherzare con loro come se non esistesse differenza di età e, soprattutto, senza legami diversi dall’intento di trascorrere qualche momento insieme.
Ci si conosce tutti, in paese, e i rapporti si intrecciano con facilità, perché il numero di residenti cala di anno in anno, insieme a quello dei nuovi nati. Cresce invece il numero di chi quella strada, la via dell’Emigrazione, la percorre un’ultima volta e fino in fondo, dando le spalle alla chiesa e alla piazza per non rivederle magari mai più, dopo avere percorso quella via, sera dopo sera.

Ecco, questa è la storia di quella strada, che non mi pare emergesse dalla mia foto.

Illusioni

Per quanto mi riguarda, e credo di averlo già scritto, c’é una sola collana Bonelli davvero imperdibile. E tra gli sceneggiatori impegnati a scrivere per la casa editrice milanese, ce n’é uno che cerco di seguire in ogni occasione.maxresdefault

La collana è “Le Storie” e lo sceneggiatore è Fabrizio Accatino. L’anno scorso, più o meno in questo periodo, era uscito quel gioiello di “Il prezzo dell’onore”, un albo indicato da più parti come la miglior storia a fumetti uscita in Italia nel 2015.

Bene, il binomio si è ricomposto nell’ultimo numero de
lla collana, che dà anche il titolo al mio Post. Continua a leggere

“Hilda” di Luke Pearson

Ho incominciato a leggere con i fumetti di Topolino di mio padre. Per la precisione, si trattava de “Gli albi d’oro di Topolino”. Ricordo che erano conservati a casa di mia nonna, nella vecchia camera di mio padre, su uno degli scaffali installati sotto il davanzale della finestra, e per questo nascosti dalla tenda. Scostare quella tenda per prendere gli albi mi hilda-and-the-troll-web_1000dava l’impressione di sollevare la barriera del tempo per afferrare il manufatto di un’altra epoca e contrabbandarlo nella mia. Gli albi erano di un formato rettangolare davvero scomodo da leggere e ricordo che la colorazione a pagine alterne mi irritava. Però l’attrazione esercitata da quei disegni era lo stesso irresistibile.

Così, sulla scorta della mia esperienza, mi sono affidato a un altro fumetto, ossia alle opere di Luke Pearson, tradotte in Italia da Bao Publishing, nella speranza che le avventure di una bambina appena più grande di lei, Hilda, potessero suscitare in mia figlia almeno un po’ di curiosità per la lettura. Continua a leggere

A special place di Peter Straub

Potrei liquidare il commento a questo libricino di poco peso, e che per questo potrebbe sembrare poco minaccioso o comunque inidoneo a fare veri danni, con una parola: disturbante.

Ma sarebbe riduttivo.51iqfyinqyl-_sx356_bo1204203200_

L’ho ripescato dal fondo di uno di quei grandi contenitori vicino alle casse di un supermercato di montagna, questo week end, e ho incominciato a leggerlo nei ritagli di tempo un paio di giorni fa. L’ho finito oggi e il primo istinto che ho avuto, dopo aver letto l’ultima pagina, è stato quello di nasconderlo sulla mensola più alta della libreria, lontano da mani innocenti. Perché per “A special place” non è certo un banale thriller, come qualificato in copertina. E, a mio parere, non è nemmeno un horror propriamente detto. E’ un tuffo nel buio. E per quanto le pagine che fungono da trampolino siano poche, garantiscono una spinta sufficiente per una immersione in acque scure e dalle quali risulta difficile riemergere, una volta completata la lettura.

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Netflix su Ubuntu 14.04 si può!

Sabato pomeriggio ho perso la mia tranquillità.

Mi sono iscritto al primo mese gratuito di abbonamento a Netflix, solo per scoprire che potevo beneficiare del servizio da tutti i dispositivi di casa, tranne che dal mio amato portatile con sistema operativo Ubuntu.

Possibile, mi sono chiesto?

In effetti, ciò che per gli utenti dei sistemi operativi più diffusi è scontato, per l’utente Linux è spesso il frutto di qualche tribolazione. Ma anche questo rende più interessante l’utilizzo di questo sistema operativo. (E agli occhi di qualcuno giustifica la qualifica di masochisti per i suoi utenti).

In ogni modo, per utilizzare Netflix ho scoperto che sarebbe stato sufficiente installare Chrome, ma Google ha deciso di eliminare la versione del suo browser per macchine a 32-bit…indovinate da quando? Da marzo 2016. E indovinate che macchina potevo avere io?

Esatto. Proprio quella.

E avrei quindi dovuto rinunciare a vedere la prima stagione di “Jessica Jones” di cui tanto bene si dice in giro?

Ho dovuto visitare diversi siti per trovare una risposta. Ed è stata positiva. Esiste una soluzione.

Per farla breve, è possibile avvalersi di un software per Mozilla che simula un plugin Microsoft (Silvelight) in ambiente Ubuntu. O almeno così mi pare di aver capito. Semplice, no?  Continua a leggere